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  • Dott. Massimiliano Paparella

Lavorare nel sociale come Psicologo a Pordenone

Aggiornato il: gen 20

Pubblico l'introduzione di un mio articolo, "Una Sedia Sotto la Pioggia", uscito nel 2016 in Ippogrifo: Matrimoni e Patrimoni, Libreria Al Segno Editore. E' un buon esempio di come si può operare nella pratica della professione di Psicologo e Psicoterapeuta a Pordenone, favorendo il benessere della cittadinanza locale. Trattasi di una mia esperienza di volontariato presso il Circolo delle Idee di Pordenone, afferente al Dipartimento di Salute Mentale della città.


Il testo integrale potrete trovarlo on-line al link: http://www.rivistaippogrifo.it/ippogrifo_Riv/IPPOGRIFO%2016_Matrimoni%20e%20Patrimoni.pdf?fbclid=IwAR0xVnWux2fvaWXANEv-19O3hKGPnwUrct-O5qoQ-ob2LxVLmRElP9NH4jI



La comunità terapeutica è un luogo nel quale tutti i componenti

(e ciò è importante) – malati, infermieri e medici –

sono uniti in un impegno totale [comune]

dove le contraddizioni della società rappresentano l’humus

dal quale scaturisce l’azione terapeutica reciproca.

Franco Basaglia, L’istituzione negata


Nel nostro lavoro siamo chiamati ad affrontare un evidente limite istituzionale: riuscire a instaurare e mantenere relazioni terapeutiche significative con la “nuova” utenza psichiatrica, in particolar modo quella della fascia giovanile, senza riproporre un’istituzione totalizzante. Questi soggetti, infatti, mostrano sempre più una marcata repulsione nei confronti dei programmi terapeutici istituzionali, vivendoli da un lato come tentativi di controllo sociale e di “psichiatrizzazione” della loro situazione di sofferenza, dall’altro come incompatibili rispetto alle pressanti richieste di normalizzazione e standardizzazione della società contemporanea. Per questi motivi si sospingono saltuariamente a percorrere le corsie del Servizio, le strutture terapeutico-riabilitative o i Centri “24 ore” del territorio – per lo più durante o immediatamente dopo un significativo trascorso psicotico – e poi scompaiono, quasi fossero fantasmi. Come possiamo prendercene cura? E come possiamo utilizzare terapeuticamente questo

limite?

Di certo non è di alcuna utilità percorrere la strada dell’approccio diretto al sintomo: la clinica stessa ci mostra come questa via sia di per sé preclusa e fonte di ulteriore malessere per il paziente. Occorre trovare altre vie: ma quali?

Alcune istituzioni hanno intuito l’opportunità che tale limite può offrire e hanno coinvolto le cooperative sociali. Ma succede ancora troppo frequentemente che queste ricevano una delega totale, fittizia oppure “oscillante” da parte delle istituzioni – probabilmente più preoccupate di salvaguardare i propri confini – e finiscano così per rispecchiarne le stesse lacune e “arenarsi” di fronte alle medesime difficoltà.

Private della possibilità d’instaurare con le istituzioni un vero “lavoro di rete”, queste nuove offerte di legame sociale rischiano di essere spogliate della loro funzione transizionale fra istituzione e società, spazio interno ed esterno, soggetto e mondo. Generate in tal modo, possono potenzialmente ricreare luoghi manicomiali, magari dotati di ogni sorta di comfortper mascherare un sottostante (e illusorio) controllo sociale, alimentando così l’immaginario persecutorio dello psicotico, oppure annichilendolo, attraverso la fallace promessa di una qualche forma di normalità, di soddisfazione di ogni tipo di bisogno (alloggio, sigarette, soldi, svago...), senza chiedere apparentemente nulla in cambio.

Così inteso, tale limite cessa di essere confine, risorsa, fonte di apertura, offerta di un contesto relazionale e affettivo entro il quale il giovane possa aprirsi, mettersi in gioco, sperimentarsi, interrogare e interrogarsi, reinserirsi nelle reti del legame sociale, curarsi e prendersi cura del mondo che lo circonda. Un utilizzo inappropriato della funzione terapeutica del limite, difatti, rischia di rafforzare la sfiducia che il ragazzo con problematiche psichiatriche tende già a riversare sui Servizi di Salute Mentale e, in generale, sulle istituzioni.

Occorrerebbe, allora, una maggiore cura dello spazio “Pubblico”, prima ancora di quello “Privato”. Servirebbe, insomma, che le istituzioni – e in primis le équipe dei curanti – salvaguardassero innanzitutto uno spazio transizionale, una soglia entro la quale i vari attori sociali del Privato e del volontariato possano essere chiamati in causa, coinvolgersi, relazionarsi in maniera sufficientemente buona con l’utenza psichiatrica giovanile, fungendo da ponte tra istituzione e società.

In altre parole, le istituzioni dovrebbero essere le prime a prendersi cura della fertilità di quell’humus, di quello spazio di confine tendente di per sé alla dialettica, senza tentare di occuparlo. Spetterebbe loro[1] il compito di far intravedere alla comunità la risorsa e la non-chiusura del limite, l’altra faccia della medaglia della “mancanza”, restando sulla soglia.


[1] Sarebbe auspicabile che anche gli altri attori del sociale lavorassero in tal senso, assieme alle istituzioni.


Continua su: http://www.rivistaippogrifo.it/ippogrifo_Riv/IPPOGRIFO%2016_Matrimoni%20e%20Patrimoni.pdf?fbclid=IwAR0xVnWux2fvaWXANEv-19O3hKGPnwUrct-O5qoQ-ob2LxVLmRElP9NH4jI


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